Ragazzi mutilati. Gli alunni stranieri nella scuola italiana (parte 2 di 3)

Postato il

Sulla base dei dati statistici riportati nella prima parte e della mia esperienza di insegnante, vorrei esaminare adesso due condizioni diverse: quella di chi entra per la prima volta nel sistema scolastico italiano e quella della “seconda generazione”, cioè dei figli nati in Italia da genitori stranieri, che sono ormai la maggioranza.

Chi è appena arrivato

“Un ragazzo che, al di là di ogni ragione di cultura, non ha accesso alla nostra casa comune, la lingua nazionale, è un ragazzo mutilato. È la prima delle esclusioni ed essa, come le altre, alimenterà un giorno la violenza”. Il ministro dell’istruzione francese nel 2002 introduceva così una presentazione dei nuovi programmi della scuola media.

Alunni Stranieri 3

Di che cosa ha bisogno, subito, chi entra per la prima volta nel sistema scolastico del nostro paese? Ha bisogno di una lingua. Se non capisce quello che gli viene detto, se non riesce ad esprimersi e a entrare in relazione con i compagni e gli insegnanti, la scuola per lui può essere solo una prigione in cui viene rinchiuso senza colpa. Le parole della lingua straniera sono ostacoli più alti dei muri e l’eventuale attenzione di alunni e docenti non salva dallo spaesamento, né dall’umiliazione di non poter fare nulla ed essere come un oggetto abbandonato in un banco, inetto a tutto ciò che la scuola prevede e richiede. Restano la disperazione, la rabbia e la ricerca di una solidarietà negativa con i propri connazionali, se ce ne sono: non c’è da stupirsi se questi ragazzi, soprattutto nella scuola media e nel biennio delle superiori, finiscono con l’assumere atteggiamenti conflittuali con il mondo della scuola, esprimendo attraverso bravate o episodi di bullismo il disagio di vivere una situazione di oggettiva frustrazione ed esclusione.

La prima preoccupazione dell’istituzione scolastica, quindi, dovrebbe essere quella di mettere a disposizione del nuovo arrivato gli strumenti e gli insegnanti che gli consentano di imparare il più in fretta e meglio possibile l’italiano. Per i bambini della scuola materna o delle prime classi elementari, che hanno ancora una conoscenza limitata della lingua madre, può essere efficace l’inserimento diretto in una classe, più un sostegno specifico per alcune ore alla settimana, individuale o a piccoli gruppi. Ma per i ragazzini più grandi, che devono imparare subito a padroneggiare la lingua scritta oltre a quella orale, che nella nuova lingua devono capire e studiare altre materie come storia, scienze, matematica, e per i quali anche le relazioni con tutto l’ambiente circostante sono mediate dal linguaggio molto più di quanto non accada con i più piccoli, l’acquisizione dell’italiano non può passare solo attraverso il processo naturale di ascolto. Sono necessarie una riflessione sulla lingua e le sue strutture e una più ampia padronanza del lessico, altrimenti sono privati dello strumento attraverso il quale avvengono l’apprendimento, la rielaborazione dei contenuti appresi e buona parte della vita sociale.

Una proposta potrebbe essere l’inserimento, per un periodo di durata flessibile secondo le esigenze individuali, in una classe-ponte in cui il nuovo arrivato possa imparare un italiano ricco e articolato e, contemporaneamente, adeguare le sue competenze e conoscenze alle richieste del nuovo percorso scolastico.

È quello che avviene in altri paesi europei.

Che cosa accade invece in Italia? La legge si limita a prevedere che un minore arrivato dall’estero venga inserito nella classe corrispondente alla sua età anagrafica. Nessun insegnamento precedente dell’italiano, nessun “traghettamento” da un sistema scolastico che può essere lontanissimo dal nostro a quello del nostro paese, nessun regime transitorio chiaramente definito per quanto riguarda i contenuti di studio e le valutazioni, nessuna considerazione delle differenze culturali talvolta enormi.

Chi ha cercato di far fronte alle necessità reali organizzando classi ponte è stato accusato di razzismo, di aver voluto erigere dei ghetti, com’è accaduto l’anno scorso a Bologna. “Una scelta di questo tipo invece di andare verso una direzione inclusiva va verso una direzione segregante”, ha spiegato una professoressa universitaria di didattica e pedagogia speciale “L’approccio inclusivo favorisce le differenze e lo scambio di tutti attraverso la lingua italiana ed ha una ricaduta diretta sugli apprendimenti.”. Attraverso la lingua italiana, appunto: peccato che gli alunni appena arrivati non la conoscano.

melting-pot

Certo non c’è solo la legge, ci sono le circolari che parlano di BES (bisogni educativi speciali) e suggeriscono di far ricorso – “solo in via eccezionale”- ai percorsi didattici individualizzati e personalizzati (PDP), come per gli alunni con difficoltà di apprendimento o di comportamento. I PDP però, in assenza di risorse specifiche, si traducono quasi solo in uno “sconto” sulla quantità di nozioni da imparare. In questo caso il problema non viene del tutto ignorato, ma anziché affrontarlo lo si aggira: non si individuano strumenti e interventi utili a far acquisire le competenze mancanti, ma si abbassa l’asticella, confidando nella buona volontà e nel buon cuore dei singoli.

Naturalmente scuole e insegnanti si arrabattano come possono, con le risorse sempre più scarse a loro disposizione, per tamponare i problemi maggiori: si cerca qualcuno, talvolta un volontario, per insegnare un po’ di italiano a chi non lo sa; ci si appoggia alle associazioni presenti sul territorio, ai Ctp (oggi Cipia), agli oratori, ai doposcuola organizzati da enti di volontariato; si ricorre all’aiuto di connazionali del ragazzo appena arrivato perché facciano da interpreti e mediatori, e di studenti in gamba perché aiutino il compagno disorientato; si facilitano e si riducono i programmi di studio, in maniera assolutamente arbitraria e differenziata da istituto a istituto e perlopiù da insegnante a insegnante; spesso si rinuncia semplicemente a richiedere all’alunno un apprendimento adeguato, e si scrive 6 dove si dovrebbe scrivere 4, oppure lo si boccia. A partire dalla scuola primaria, come ci dicono i dati del MIUR.

Ma la lingua non basta. Chi arriva e ha più di 14 anni avrebbe bisogno di un orientamento serio: la scelta della scuola superiore, spesso difficile per le famiglie italiane, è ancora più complessa per le famiglie degli studenti stranieri, non sempre consapevoli delle attitudini dei figli e delle caratteristiche dei diversi percorsi di studi italiani.

Preadolescenti e adolescenti avrebbero bisogno di comprensione e appoggio anche sul piano affettivo: la nostra scuola sembra ignorare del tutto le difficoltà psicologiche incontrate da un ragazzo che deve affrontare insieme l’inserimento in una realtà diversa da quella di origine e spesso la frantumazione del nucleo familiare, il disorientamento di fronte a modelli di vita molto diversi, l’insicurezza economica, il razzismo latente. A questo si aggiungono la frustrazione di non riuscire a raggiungere dei risultati scolastici soddisfacenti, anche per chi aveva ottime valutazioni nel paese d’origine, la retrocessione di una o due classi (frequente nelle scuole secondarie di primo e secondo grado, in barba alla legge) e la delusione dei genitori che hanno aspettative di successo per i loro figli. Sono tutti fattori che pesano sull’atteggiamento dello studente verso la scuola, rendendolo più fragile ed isolato rispetto ad analoghe situazioni di coetanei italiani. Anche in questo caso alcuni insegnanti, più sensibili, cercano di aiutare lo studente appena arrivato, ma tutto è affidato al caso, alla buona volontà individuale, spesso al sentimento materno o paterno.

In sostanza si risolve poco o nulla, si sostituisce il buonismo al diritto del ragazzo straniero di imparare tanto quanto gli altri, lo si condanna a un percorso di studi di serie B oppure a una fatica stroncante, che pochi riescono a reggere, per riuscire a sollevarsi dal baratro in cui è stato cacciato. Ma questo non sta sotto gli occhi di tutti, quindi si può far finta che non sia segregante, vantarsi dell’approccio inclusivo della scuola italiana, e lasciare che le situazione incancrenisca senza darsene troppo pensiero. In fondo non si tratta che di un’infima minoranza degli studenti della scuola italiana, i cui genitori non hanno neppure il diritto di voto.

prof.ssa Francesca Beria

Un silenzio catastrofico. Gli alunni stranieri nella scuola italiana (parte 1 di 3)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...