29 maggio 1953: prima scalata dell’Everest

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Maggio è il mese delle scalate all’Everest  (in tibetano Chomolangma, madre dell’universo).

La maggior parte delle ascensioni alla montagna più alta della terra (8848 metri) viene infatti effettuata nel mese di maggio prima dell’arrivo del monsone estivo. Le condizioni meteorologiche e della neve al suolo vengono considerate ottimali dagli alpinisti.

Fu proprio il 29 maggio 1953 (esattamente 61 anni fa) che venne compiuta la prima scalata all’Everest dal neozelandese Edmund Hillary e dallo sherpa Tenzing Norgay.

Edmund Hillary e Tenzing Norgay
Edmund Hillary e Tenzing Norgay

Da allora sono state compiute numerose ascensioni, la prima senza l’utilizzo dell’ossigeno fu compiuta l’8 maggio 1978 da Reinhold Messner e Peter Habeler.

Dagli anni Ottanta in poi c’è stato un crescendo di spedizioni ‘commerciali’ ovvero scalate organizzate come veri e propri itinerari turistici. Basta avere 50000 dollari da spendere e queste organizzazioni si vantano di riuscire a portare sulla montagna più alta del mondo anche il più sprovveduto degli escursionisti.

Ma l’alta montagna non perdona. La mancanza di ossigeno e la bassa pressione atmosferica generano sul corpo umano quello che si chiama ‘mal di montagna’ (AMS o acute mountain sickness in inglese) che può portare fino alla morte.

Nel caso poi di condizioni meteorologiche avverse i rischi aumentano a dismisura con rischi di congelamento e assideramento notevoli.

Sul ripido pendio di un ghiacciaio ad alta quota
Sul ripido pendio di un ghiacciaio ad alta quota

Jon Krakauer, alpinista e giornalista della rivista americana Outside, nel 1996 partecipò come inviato del suo giornale a una spedizione commerciale per scrivere un articolo sulla proliferazione delle scalate a pagamento condotte da guide professioniste e sulle implicazioni negative sia sull’ambiente che sull’incolumità delle persone.

Durante questa spedizione, per diversi fattori negativi concomitanti (il numero eccessivo di scalatori, l’inesperienza di alcuni di essi, le avverse condizioni meteorologiche), nove persone tra cui due delle migliori guide morirono durante una tempesta eccezionale, mentre gli scalatori affrontavano l’ultima tappa che dal campo quattro portava alla cima dell’Everest.

Riuscirono a salvarsi solo quelli che essendo arrivati per primi sulla cima fecero in tempo a ritornare al campo base quattro prima che calasse l’oscurità. La tempesta con venti a 60 nodi, temperature a -40° C e visibilità praticamente ridotta a zero rese impossibile per molti scalatori il ritorno al campo base. Chi non morì dovette subire serie amputazioni per il congelamento delle dita o degli arti.

Tutta la spedizione fu raccontata da Jon Krakauer in un articolo di Outside al suo rientro in patria. Nei mesi successivi Krakauer riordinando i ricordi e con l’ausilio di interviste ai sopravvissuti, scrisse un libro che è ormai considerato un classico della letteratura di montagna, ‘Aria sottile’ tradotto in italiano dalla Casa Editrice Corbaccio:

La copertina della versione italiana del libro di Jon Krakauer 'Aria sottile' Casa Editrice Corbaccio
La copertina della versione italiana del libro di Jon Krakauer ‘Aria sottile’ Casa Editrice Corbaccio

Ecco l’incipit del libro:
«A cavalcioni del tetto del mondo, con un piede in Cina e l’altro in Nepal, ripulii la maschera dell’ossigeno dal ghiaccio che vi si era condensato sopra e, sollevando una spalla per ripararmi dal vento, abbassai lo sguardo inebetito sull’immensa distesa del Tibet. A un certo livello, con distacco, comprendevo che la curvatura dell’orizzonte terrestre che s’inarcava ai miei piedi era uno spettacolo eccezionale. Avevo fantasticato tanto, per mesi e mesi, su quel momento e sull’ondata di emozioni che lo avrebbe accompagnato; e ora che finalmente ero lì, in piedi sulla cima del monte Everest, semplicemente non riuscivo a radunare energie sufficienti per concentrarmi.»

P.s. Per l’organizzazione delle spedizioni sull’Everest, come di altre montagne himalayane, vengono da sempre utilizzate le guide sherpa nepalesi. Gli sherpa sono una popolazione del Nepal che vive abitualmente a altitudini comprese tra i duemila e i quattromila metri.
Il 18 aprile di quest’anno sedici sherpa, che trasportavano provviste per i turisti che dovevano scalare l’Everest, sono morti a causa di una valanga rendendo il 2014 già ad aprile l’anno più tragico nella storia dell’Everest.

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